venerdì 22 maggio 2015

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Lo so non sono belle le autocelebrazioni, ma per una volta voglio porre in evidenza questo piccolo Blog che si occupa di storia locale.
Quella piccola storia che sempre è posta ai margini della considerazione storiografia, ma che non è meno degna dei grandi eventi storici poiché coadiuva la loro comprensione.

Il Blog in un mese ha beneficiato di 552 visualizzazioni di pagine e in totale da quando è operativo: 9.534.

Un bel riconoscimento - la storia non è disciplina amata da tutti - per me che con dedizione e passione lo porto avanti dedicandogli ore di lavoro di ricerca, trascrizione e traduzione con il solo fine della divulgazione e del mio personale divertimento.



Vi ringrazio!! 
Giuseppe Ruiu


San Procopio di Cargeghe, ipotesi sull'ubicazione della chiesa rurale


di Giuseppe Ruiu



Nella memoria tradizionale cargeghese non rimane il benché minimo ricordo della chiesa rurale di San Procopio poiché con molta probabilità fu già ridotta allo stato di rudere verso la metà del XVIII° secolo. 
Le uniche notizie relative a tale edificio sacro sono quelle contenute nei registri parrocchiali tra la fine del XVI° secolo e la prima metà del secolo successivo.

Nel legato di Magdalena de Fiumen del 4 novembre 1591, la chiesa viene menzionata per la prima volta: 
Ittem queret que su mesu desa tribuna de Stu Procopiu siat fata subra su sou.” Item vuole che la metà della tribuna di San Procopio sia fatta sopra il suo. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 122/69)

Tale documento ci comunica l'interessante notizia che alla chiesa stava per essere aggiunta una tribuna. Il termine tribuna in ambito ecclesiastico significa l'ambone, il pulpito che serve per la lettura dei testi sacri, per le prediche, e qualche volta per il canto. Con “tribuna” si indica anche il coro o presbiterio delle antiche basiliche, cioè lo spazio dietro l'altare maggiore, generalmente absidato e spesso sopraelevato. 

In altra registrazione di pochi anni posteriore si apprende che la chiesa necessitava di lavori (di ampliamento?) - faguere fabricu - e si dava disposizione che si pagasse la giornata di un maestro muratore.

Legato di Brancaziu Mula del 19 settembre 1595:
Asa ecclesia de Santu Precopiu ecclesia rorale de ditta villa cando li faguere fabricu una jornada de unu mastru et (medrigadu?) overu (?) degue soddos.” Alla chiesa di San Procopio chiesa rurale di questa villa quando faranno lavori una giornata di un maestro e (medrigadu?) ovvero (?) dieci soldi. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 43d).

Probabilmente i lavori di ristrutturazione non erano ancora conclusi se solo un anno dopo Ambrosu Solinas lasciò 10 soldi e altri fondi per incalcinare l'edificio.

Legato di Ambrosu Solinas, 11 luglio 1596:
(...) et a Santu Procopiu 10 soddos (...). Ittem lassat qui subra sos benes suos siat inquarquinada sa ecclesia de Santu Procopiu (?).” E a san Procopio 10 soldi (...). Item lascia che sopra i suoi beni sia incalcinata la chiesa di San Procopio. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 71/24/3).

In una registrazione del XVII° secolo ritroviamo una sua menzione inerente il lascito di terreni forse confinanti a quelli dell'Opera della chiesa.

Legato di Priamu Pinna, 18 marzo 1624:
Ittem testamos, lassamos, querimos et cumandamos (?) et sanima nostra apusti seguida sa morte de ambos de noi atteros a sobera de Santu Procopiu ecclesia rurale de sa presente villa totu cuddas terras nostras qui tenimos et possedimos in territorios de sa presente villa in su logu naradu valle pedrosa, ditas terras querimos qui semper et quando las quergia (umpire?) sos oberajos acontu et profetu dita obera qui las (umpan?) a sa bonora et (?) si non la querrenen (umpire?) querimos qui ditas terras si vendan a su (?) resulta de ditas terras si carriguen a sensale in logu seguru, et desa pensione si pagat a reparare dogni anu sa predita ecclesia (?) esser custa sa ultima voluntade nostra (qui?) querimos.”
Item testiamo, lasciamo, vogliamo e comandiamo (?) e l'anima nostra dopo seguita la morte di entrambi noi altri all'opera di San Procopio chiesa rurale della presente villa tutte quelle terre nostre che teniamo e possediamo nei territori della presente villa nel luogo detto Valle pedrosa(1), dette terre vogliamo che sempre e quando le voglia (?) gli operai a conto e profitto di detta opera che le (?) alla buonora e (?) se non le vogliono (?) vogliamo che dette terre si vendano al (?) risulta di dette terre si carichino a sensale in luogo sicuro, e della pensione si paghi per riparare ogni anno la predetta chiesa (?) essere questa l'ultima nostra volontà che vogliamo. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 80b/32b).

Non vengono riscontrate ulteriori registrazioni posteriori che menzionano la chiesa, e ciò lascerebbe presumere che si avviò un processo di degrado delle strutture e rimozione dalla memoria collettiva.

Nel libro di amministrazione della parrocchia SS MM Quirico e Giulitta della seconda metà del XVIII° secolo si menziona il sito di Santu Precòpiu o Procòpiu, indicando la sua ubicazione nella Vidassoni de Campu de Mela, un'area posta nella piana a valle del paese, confinante con altro sito denominato Coa de Molino.
In virtù di tali "coordinate" è stato possibile individuare l'odierna area corrispondente all'agiotoponimo settecentesco oggi caduto in disuso. In tale luogo era probabilmente ubicato l'edificio di culto, forse all'epoca, come accennato, già in stato di rudere. L'area da sempre è sottoposta a lavori agricoli e dunque in situ non si rilevano tracce di un antico edificio. 


Il sito su Google Street View

La medesima area venne archeologicamente investigata dalle dott.sse Giuseppina Manca di Mores e Tiziana Bruschi alla fine degli anni '90 del secolo scorso. Tale sito però nello studio pubblicato alla fine dei lavori(2) venne indicato con il toponimo di S. Episcopio (al momento si ignora da dove sia stato attinto) e non con quello corretto di Santu Procòpiu. Anch'esso, insieme al sito di Santu Pedruseparati da una strada – fu probabilmente inerente al villaggio di Cariekela Cargeghe medievale, nella cui area lo studio in questione ha evidenziato una vastissima area di frammenti ceramici che coprono un arco cronologico compreso almeno fra il II secolo a.C. e il VII d.C. da riferire ad un insediamento di lunga durata. Congetturando è ipotizzabile che le chiese di Santu Pedru e Santu Procòpiu appartenessero al medievale villaggio di Carieke, che in data imprecisata ma verso la metà del XIV° secolo spostò la sua sede originaria nell'attuale sito. 

Sempre in tale area si trovano i ruderi di un antico mulino idraulico: “(...) L’opificio è presente presso la sponda destra del Rio di S. Pietro, con il quale risulta idraulicamente collegato tramite una corta derivazione. (…) Dell’edificio a pianta a L regolare rimangono le mura perimetrali, pressoché per tutta la loro elevazione, del prospetto retrostante, quelle laterali, nonché gran parte della spessa parete di divisione in due unità distinte. Manca il prospetto frontale. La struttura muraria della parte basale è in pietrame e conci sbozzati, di varia misura, di natura prevalentemente calcarenitica, disposti talora in maniera occasionale talora in corsi sub-orizzontali. Verso l’alto i conci sono di dimensioni e natura più omogenea e con disposizione più regolare. Il tetto, come si denota dal profilo delle murature, era a doppia falda per entrambe le unità.”(3)

Parte dei materiali utilizzati per l'edificazione del mulino ottocentesco potrebbero provenire dai ruderi della vicina chiesa? Solo una supposizione.

Il mulino idraulico ottocentesco



Labili tracce della chiesa “scomparsa” e del culto del martire si ritrovano in altre chiese del paese. All'interno dell'Oratorio di Santa Croce ad esempio, vi sono due porzioni di cornice con incisa una datazione e una iscrizione, presumibilmente seicentesche, ad oggi ancora inedite, che potrebbero essere ricondotte, almeno la seconda, alla chiesa in esame ed inseguito ricollocate quali elementi decorativi all'interno dell'Oratorio. La prima cornice posta nella parete destra, porta incisa la data del 1630, ma non è possibile comprendere se sia l'anno indicante l'edificazione dell'Oratorio, o un elemento importato e inglobato nella muratura.
La seconda cornice collocata nella parete opposta reca incisa invece una parziale iscrizione con segni di interpunzione, la quale recita:

· P · MAR · PORC · O ·

che potrebbe essere interpretata nella maniera seguente:

· P[RO?] · MAR[TYRIS] · PORC[OPIUS] · O[PUS] ·


Forse una iscrizione relativa ad importanti lavori eseguiti all'interno della chiesa rurale e che in seguito al suo decadimento vennero asportati parte dei materiali e ricollocati nell'Oratorio in data imprecisata. Il Porc[opius] dell'iscrizione potrebbe essere l'esito per metatesi di Procopius.

 L'iscrizione all'interno dell'Oratorio di S. Croce

"Anno 1630", sempre all'interno dell'Oratorio

All'interno della parrocchiale del paese, in una delle cappelle tardogotiche laterali, trovasi un dipinto del quale si possiedono rare notizie, forse eseguito alla fine del XVI° secolo, c'è chi dice dalla bottega di Baccio Gorini, o da tal Marco Antonio Maderno pittore pavese presente in quell'epoca a Cargeghe, come già accennato in altro lavoro(4). L'opera “Madonna in trono e Santi” dove vengono ritratti tra le altre figure, due martiri dei quali quello sul lato destro del dipinto potrebbe ricondurre al martire Procopio poiché rappresentato con ai piedi elmo, scudo e spada e dunque effigiato come un martire guerriero del tutto simile alla iconografia conosciuta di san Procopio.

Dipinto Madonna in trono e Santi, fine XVI° sec. circa

San Procopio di Cesarea di Palestina nativo di Aelia (Gerusalemme) nato nel terzo secolo e morto l'8 luglio 303. È il primo cristiano deceduto per la sua fede in Palestina negli anni che seguirono il decreto di persecuzione di Diocleziano del 303.
Procopio fu condotto davanti al tribunale del governatore dove gli fu chiesto di sacrificare agli dei, ma si rifiutò, allora fu invitato a fare delle libagioni ai quattro imperatori, ma ancora una volta egli rispose, citando un motto di Omero «Non è bene che vi sia un governo di molti; uno sia il capo, uno il re». Fu una risposta poco gradita ai suoi giudici, che lo uccisero. Procopio si era stabilito a Scitopoli, dove espletava tre funzioni: lettore, interprete in lingua siriana ed esorcista. Fin dall'adolescenza si era votato alla castità e alla pratica delle virtù, con severi digiuni e dedito all'ascesi; se nelle scienze profane era di cultura mediocre, era invece la Parola di Dio il suo unico argomento di studio. A Scitopoli gli fu eretta una cappella nel vescovado; a Cesarea di Palestina, luogo del suo martirio, venne eretta in suo onore una chiesa. (Avvenire). Etimologia: Procopio = che promuove, dal greco. Emblema: Palma(5).

 San Procopio Martire



Per concludere, nella ex curatoria di Figulinas, della quale Cargeghe fece parte, vi fu un'altra chiesa dedicata al martire Procopio.
Le fonti storiche menzionano un edificio di culto appartenente all'ordine monastico dei Vallombrosani nel villaggio di Silode o Selodes(6) a tutt'oggi non ancora precisamente individuato ma che uno studioso della materia, il ben documentato prof. Giovanni Deriu, attribuisce ad una errata trascrizione di Bedas, villaggio estintosi definitivamente per la peste barocca del 1652, posto nei pressi delle antiche fonti di San Martino, oggi a confine tra i territori comunali di Cargeghe e Codrongianos.


Note

1 - Probabilmente lo stesso sito conosciuto oggi come Sa pedrosa.


3 – Tratto dalla ricerca on line: Mulini di Sardegna a cura di Giuseppe Piras.


5 - Tratto da "Santi e Beati" che fornisce un ulteriore approfondimento sulla figura del martire.

6 - Storia ecclesiastica di Sardegna dell'avvocato Pietro Martini, Vol. 3.

*
Articolo presente anche su: chiesecampestri.blogspot.it

lunedì 4 maggio 2015

Genealogia dei Satta di Cargeghe, cavalieri del Regno di Sardegna: 1680-1831


di Giuseppe Ruiu



Tra la fine del XVII° e il XIX° secolo all'interno della ristretta cerchia delle famiglie nobili della villa di Cargeghe - Cargiegue, secondo la grafia spagnoleggiante del tempo - risalta quella dei Satta poiché unici a fregiarsi del titolo di eques, cavalieri del Regno di Sardegna.

Fra tali famiglie della piccola nobiltà rurale per lo più non autoctone del luogo ma provenienti per diverse motivazioni, matrimoniali per lo più, da altri centri del logudoro interno quali, principalmente, Thiesi e Banari - ed in seguito inurbatesi nella vicina città di Sassari -, quella dei Satta può essere considerata una delle più radicate, la cui presenza ascende alla fine del XVII° secolo, allorquando il primo di tale casata contrasse matrimonio in Cargeghe con una nobile del luogo.

Equitis señor Franciscu Satta Grixoni de Utieri, nell'anno del Signore 1680 sposava señora Giovanna de Querqui figlia del majore di Cargeghe, e obriere di San Quirico, Thomas de Querqui.

I de Querqui (leggi: de Cherchi) insieme ai de Serra, de Martis, de Fiumen ed altri, rappresentavano le antiche casate di majorales, l'originaria e originale nobiltà sarda di ascendenza giudicale, da sempre presenti in questi luoghi. Di Thomas de Querqui rimane memoria in una consunta targhetta datata all'anno 1673 posta all'interno di quella che fu la cappella delle Anime del purgatorio (l'originaria cappella tardogotica de sa Regina de sa rosa) all'interno della parrocchiale, dove si descrive della concessione, per sé e per i propri successori, dello ius patronatus sepeliende da parte dell'Arcivescovo turritano Gavino Cattayna. In seguito tale patronato passerà ai Satta-Querqui.


Concessione ius patronatus sepeliendi Thomas 
de Querqui nel 1673, in seguito ai Satta-Querqui

Poco alla volta a queste antiche famiglie col passare del tempo subentrarono per legami matrimoniali, come già accennato, quelle dei Manca, Satta, Nurra, Flores, Solinas e Corda.

L'origine della casata dei Satta è abbastanza controversa e si perde nelle nebbie del tempo, ma c'è chi sostiene fosse di estrazione corso-gallurese. Nel 1498 sembra sia stato concesso a questa famiglia quello che appare essere l’ultimo privilegio di Generosità. Certamente dopo tale data non risulta più alcuna concessione di tal tipo (si ritrova una conferma del 1508) (1).

Le fonti storiche menzionano un certo don Angelu Satta che nel 1502 ottenne la podesteria di tutta la zona del Coghinas dai Centelles conti di Oliva, che è stata mantenuta dai suoi discendenti fino al 1596. Egli fu, con tutta probabilità, genero del celebre condottiero ozierese don Leonardu Tola - distintosi nell'assedio di Granada contro i mori nel 1492 - avendo sposato la figlia Angelesa alla fine del XV° secolo (2).
Un Antonio Satta di Ozieri, forse affine del summenzionato Angelu Satta, nel 1599 fu armato cavaliere e i suoi figli furono ammessi al corpo militare. Dal XVII° secolo fu consentito ai cavalieri Satta di prendere parte allo Stamento militare del Regno di Sardegna.

Il nostro equitis don Franciscu Satta Grixoni discende dunque da questo ramo dei Satta ozieresi (3), famiglia di nobili cavalieri rurali, la cui ricchezza derivava dal possesso della terra coltivata a grano e dall'allevamento del bestiame.

Sul filo tagliente della congettura egli potrebbe essere il nipote di Francesco Satta del Mestre, figlio di Giovanni Maria Satta, coniugato appunto con una del Mestre, a sua volta figlio di quel Antoni Satta già menzionato... i nomi nelle genealogie familiari spesso si ripetono nel breve volgere di una generazione come vedremo.

Partendo dal nostro capostipite cargeghese, che tramandò il titolo di “cavaliere nobile don” ai suoi figli maschi, è stato invece possibile ricostruire attraverso un complesso lavoro di ricerca nei Quinque libri del paese, l'albero genealogico del ramo principale e del secondario della famiglia a partire dall'anno 1680 fino al 1831 quando la casata si estinse con la morte del suo ultimo rappresentante: l'avvocato don Giovanni Maria Satta (i nomi si ripetono come detto), il cui unico figlio maschio ed erede Francesco, Cicito, premorì bambino al padre a causa del vaiolo. Una triste vicenda che merita di essere narrata, in appendice, così come è stata tramandata da una fonte parrocchiale ottocentesca in quanto il nobile avvocato istituì la chiesa di Cargeghe beneficiaria di tutto il suo patrimonio.

Per eternare il ricordo di questo illustre benefattore, l'amministrazione civica gli intitolò uno slargo nella parte alta dell'odierna via Nazario Sauro, il “Largo Satta” visibile in una mappa dell'abitato del 1901 (ma anche in altre mappe dell'epoca con la dicitura di "Piazza cav. Satta"), nell'area in cui era ubicata nell'abitato del paese la sua dimora; forse dove oggi sorge una moderna palazzina nel cui ingresso è presente, inglobato nella muratura, un portale di fattura tardogotica (o tardoromanica) istoriato di simboli sacri. Un elemento decorativo di pregio destinato ad abbellire una dimora gentilizia della quale sopravvive come ultima testimonianza (4).

Largo Satta, abitato di Cargeghe, 1901
(Archivio di Stato di Cagliari)


Portale tardogotico in casa privata

Memorie della partecipazione dei cavalieri Satta alle Cortes del Regno sono presenti in alcune fonti della fine del XVIII° secolo. In una in particolare del maggio del 1794, nella quale il cavaliere Francesco Satta di Cargeghe non potendo intervenire alle sedute dello Stamento militare «por sus diarias ocupassiones en la ciudad de Caller capital de este Reyno en persona passar» alle quali era stato convocato, istituisce come suo procuratore don Ignazio Musso di Castellamonte. (5)


Albero genealogico


Equitis señor Franciscu Satta Grixoni (Ozieri, 1659c.-Cargeghe, 1729)

sposa a Cargeghe nel 1680 señora Joanna de Querqui, figlia di Thomas de Querqui

Figli:

Anguela Maria Satta Querqui (Cargeghe, 1681)

Joannes Maria Satta Querqui¹ (Cargeghe, 1682-1746)

Antoni Satta Querqui² (Cargeghe, 1685-1750)

Thomas Satta Querqui (Cargeghe, 1686-1688)

Juan Antonio Satta Querqui (Cargeghe, 1689c.-1749)

Pedru Franciscu Jusepe Satta Querqui (Cargeghe, 1694)

Anguela Satta Querqui (Cargeghe, 1695)

Ignaciu Satta Querqui (Cargeghe, 1699)

Filipu Ignaciu Julianu Satta Querqui (Cargeghe, 1697-1728)

Quirica Satta (Cargeghe, 1704c.-1750)

*
¹Ramo principale

Eques don Joannes Maria Satta Querqui

Sposa nel 1721c. Margarita Usay (1687c.-Cargeghe, 1727)

Figli:
Joanna Maria Theresa Satta (Cargeghe, 1727)
Gavinus Raimundus Josephus Satta Usay (Cargeghe, 1726-1729)
_

Sposa in seconde nozze nel 1731c. donna Maria Catharina Spensatello Ogiano di Tempio (1709c.-Cargeghe, 1763) figlia Sebastiani

Figli:

Francisco Raimundo Satta Ogianu (Cargeghe, 1732-1803)

Theresia Satta (Cargeghe, 1735)

Maria Josepha Raimunda Satta (Cargeghe, 1737)

Juana Maria Michaella Satta (Cargeghe, 1739)

Philippus Gavinus Satta Ogianu (Cargeghe, 1741)

Sebastianis Satta Ogianu (Cargeghe, 1742)

*

Eques don Francisco Raimundo Satta Ogianu

sposa a Cargeghe nel 1756 Joanna Budroni, figlia Dominici

Figli:

Catharina Raymunda Satta (Cargeghe, 1757)

Joannes Maria Satta Budroni (Cargeghe, 1758-1831)

Dominicus Satta Budroni (Cargeghe, 1763-1804), “Capitan de la cavalleria y compania cazadora”

Maria Catharina Satta (Cargeghe, 1766) 

Felicia Satta (Cargeghe, 1768)

Francisca Satta (Cargeghe, 1771)

Josepha Aloysia Satta (Cargeghe, 1774)

*

Eques don Giovanni Maria Satta Budroni

sposa nel 1818c. donna Maria Angela Martinez (Sassari - Cargeghe, 1821), figlia don Giovanni Battista Martinez di Montemuros

Figli:

Joanna Maria Anna Quirica Gavina Effisia Satta (Cargeghe, 1819)

Franciscus Gavinus Ephisius Linus Satta Martinez (Cargeghe, 1821-1829)

Estinzione ramo principale


**

² Ramo secondario

Eques don Antoni Satta Querqui (Cargeghe, 1685-1750)

sposa nel 1713c. Juanna Maria Fiore Deliperi di Sassari.

*

Sposa in seconde nozze Maria Flores di Sassari

Figli:

Joanna Satta (Cargeghe, 1726c.-1776)

Francisco Satta Flores (1729c.-Cargeghe, 1779)

*

Eques don Francisco Satta Flores

sposa a Cargeghe nel 1759 Maria Dominica Manca Satta, figlia Gavini Ignatii Manca

Figli:

Joanna Dominica satta (Cargeghe, 1766)

Andreas Satta Manca (Cargeghe, 1768-1795)

Maria Magdalena Satta (Cargeghe, 1771-1772)

Estinzione ramo secondario



Note

1) Per approfondire la natura della nobiltà sarda vedi: La concessione della "generosità" in Sardegna, di Enrico Tola Grixoni*
*Tratto da “Elenco Nobiliare Sardo”, a cura dell’Associazione Araldica Genealogica Nobiliare della Sardegna, Ed. Delfino.


4) Portale tardogotico a Cargeghe, di Marco Sanna, in Sardegna Antica n. 22, 2002.


Articolo di Marco Sanna, in Sardegna Antica

5) L'attività degli stamenti nella Sarda Rivoluzione, vol. 2, Luciano Carta, 2000, doc. 157/44, pag. 1294.


Appendice*

Don Giovanni Maria Satta istituisce erede la chiesa di Cargeghe nel 1831

I destini provvidenziali della chiesa parrocchiale di Cargeghe considerandoli dal lato puramente umano per controversie di tempi si credono già involti in tenebre misteriose. Era però scritto nel libro di Dio che nel tempo dovevasi suscitare anime veramente generose e grandi, le quali con le loro pietose elargizioni ne assicurassero ai poveri una sicura speranza. 

Il nobile avvocato don Giovanni Maria Satta temprato alla scuola dell’avventura dato un addio al frastuono del mondo con pubblico testamento fatto nel 1831 istituisce la chiesa parrocchiale di Cargeghe erede del suo vastissimo censo di famiglia. Il nome d’un sant’uomo passò sempre benedetto nel labbro delle passate generazioni ed oggi più che mai si ricorda con intima soddisfazione. 

E ciò con fondamento, giacché dalla tradizione costante raccogliesi essere stato il nobile don Giovanni Maria Satta un uomo che all’acutezza dell’ingegno accoppiava tutte le cristiane virtù. Per seguitar sviluppo d’ingegno e provata esperienza viaggiò spessissimo in continente malgrado le difficoltà dei tempi e dei mari. 

Ritornato in Sardegna, carico di regie onorificenze [?] solidamente la sua amicizia col celebre giureconsulto don Nanni Sassu ed ambedue ebbero l’onore d’incontrare l’augusto sovrano di Sardegna Carlo Felice nella solenne circostanza che venne a visitare la [?] città di Sassari ed il nobile avvocato ebbe contemporaneamente l’alto onore di ricevere dal municipio le chiavi della città per aprirla all’augusto personaggio ed assieme al nobile don Nanni Sassu sostennero il freno del regio cavallo. 

A una età piuttosto avanzata pensò accasarsi e impalmò una delle figlie del Marchese Monte Muros con la quale si ritirò a Cargeghe e per menar vita tranquilla e religiosa. Da questo matrimonio ebbero un figlio di nome Cicito. Questo figlio al canuto genitore era diventato doppiamente caro perché in lui aveva concentrato tutti gli affetti di sposo e di padre essendo la sua stimatissima consorte sopravvissuta al neonato figlio non più che pochi giorni. 

Su quest'uomo il povero trovava sollievo, l’afflitto il conforto, il pupillo e l'orfano il sostegno nella loro sventura. La sua familiarità unita alla sua influenza abbatteva gli odi componeva le famiglie in pace l’innocente perseguitato dalla giustizia in lui ritrovava il difensore. 

In una parola il nobile don Giovanni Maria Satta siccome era il padre del povero e del derelitto, siccome era il difensore del calunniato così parimenti era il terrore dei malandrini che infestavano non solo i paesi circonvicini alla sua patria Cargeghe ma anche della Baronia. 

[?] [?] l’illustre uomo per la perdita della sua carissima consorte ma confortato dall’unigenito figlio Cicito, passava giorni allegri e tranquilli senonché era scritto nel libro del Signore, che dovesse sorso a sorso tracannare il liquido del calice del dolore giacché quando più sicuro credeva il suo caro figlio Cicito affezioni e paterne consolazioni nella verdissima età di anni undici ed un mese il morbo pestilenziale del vaiolo arabo che rapì improvvisamente dal cuore del vecchio genitore. 

Stretto il tenero cuore dell’uomo settuagenario per la perdita del suo unico figlio altro pegno più caro non credette sul momento deporre sulla bara dell’estinto Cicito che i pochi suoi canuti capelli. Sopravvisse alla morte del figlio un anno e mesi cinque essendo morto il figlio negli ultimi mesi di settembre. 

In questo frattempo pensò effettivamente all’anima sua e a quella dei suoi cari e con testamento come sopra abbiamo riferito stipulato l’anno 1831 istituiva erede la chiesa parrocchiale di Cargeghe sotto l’invocazione dei Santi Martiri Quirico e Giulitta Patroni nostri. 

Benedetto egli rese nella tomba a quelle consolazioni che non poté fruire in terra la gloria oggi in cielo in merito della sua pietà cristiana. Raccolse l’ultimo suo spirito il teologo collegiato Giovanni Scarpa rettore di Cargeghe ma nativo di Nulvi.

* Testo presente anche in: Inedite memorie parrocchiali cargeghesi tra ottocento e novecento