mercoledì 17 febbraio 2016

Giovanni Tolu sui quotidiani italiani della fine del XIX° secolo


A cura di Giuseppe Ruiu


Fedele trascrizione di alcuni articoli apparsi sulle colonne del Corriere della Sera e della Stampa, nell'ultimo ventennio del XIX° secolo, sulla mitizzata figura del bandito-eroe popolare Giovanni Tolu di Florinas.


Ritratto di Giovanni Tolu eseguito a Sassari dal fotografo
Averardo Lori e tratto dal libro di Enrico Costa del 1897


LA STAMPA
Martedì 13 settembre 1882
LETTERE SARDE
Processo Tolu

Contrariamente a quanto, per equivoco, vi scrissi in altra mia, il processo del famoso ed ultimo bandito sardo, Giovanni Tolu, si farà davanti alle Assise di Frosinone. Lunedì scorso il Tolu fu tradotto, da un drappello di carabinieri, a bordo del piroscafo Adriatico che partiva per Civitavecchia.


Testata della Gazzetta Piemontese del 1882
che in seguito cambiò il nome in La Stampa


Il disegnatore Giorgio Ansaldi (in arte Dalsani) 
corredò il testo del Costa del 1897 con alcune 
vignette ritraenti le vicende del Tolu 



IL CORRIERE DELLA SERA
Domenica 22 ottobre 1882
UN FAMOSO BANDITO ALLE ASSISE

Alle Assise di Frosinone è incominciato il processo di Giovanni Tolu, il famoso bandito della Sardegna.
All'epoca del suo arresto, i giornali parlarono a lungo di lui, era una cattura importante per la giustizia.
La storia risale al 1850. Un giovino sui trent'anni, bello, robusto, fiero, amava ardentemente una figlia dei campi in Florissa (Florinas - ndc) (Sardegna), e ne era teneramente riamato.
Prossimi a congiungersi in matrimonio, passavano le ore lieti e contenti.
Tutto sorrideva ai giovani fidanzati, quando le arti seduttrici di un prete, giunsero a far vacillare nel cuore della fanciulla il sentimento puro e gagliardo che nutriva pel suo innamorato.
Ella fu tratta dal fascino irresistibile dell'amore proibito, ascoltò la voce del seduttore, amò e cadde.
Colpito in quanto aveva di più caro, perduta ogni illusione della vita, l'amante offeso giurò di vendicarsi, e mantenne il suo giuramento.
Il prete seduttore cadde sotto i colpi del moschetto dell'innamorato tradito e se non dette fuori l'ultimo respiro non avvenne certamente per volere di colui che aveva voluto ad ogni costo vendicarsi.
Compiuta la vendetta, ed abbandonata la donna il giovine Otello si diede alla campagna.
Solo, affranto dal dolore, ricercato dalla giustizia, il fiero isolana vagava nei campi, tirando a stento la vita, quando nel 10 giugno 1853 fu attaccato dalla forza, e volendo ad ogni costo garantire la sua libertà, tolse la vita ad un carabiniere, e fu salvo.
Di animo disinteressato, egli era generoso verso i pastori, dai quali veniva sempre protetto ed aiutato per eludere la forza pubblica.
Spesso veniva scelto quale arbitro nelle questioni che si agitavano fra la gente di campagna ed egli vi recava la sua parola autorevole e di pace, proteggendo sempre i deboli contro i più forti.
Nelle campagne di Sardegna egli era temuto e rispettato.
Una volta gli furono ammazzati sette buoi – appartenevano in parte a lui in parte alle sorelle – avrebbe potuto vendicarsi, uccidendo e devastando la fattoria del nemico.
Invece, mandò a dire agli autori della strage dei suoi buoi che se non avessero restituito il mal tolto o rifatto il danno, avrebbero avuto a che fare con lui. Tanto bastò perché quei cotali s'affrettassero a pagare.
Girovagando per i campi, egli andava fiero della sua libertà, e diventava terribile, quando trattavasi di difenderla contro chi lo attaccava.
La giustizia però continuava le sue ricerche, e sebbene il bandito avesse avuto l'arte di nascondersi per ben altri sedici anni, ingraziandosi sempre più quelle popolazioni della campagna, nel 21 marzo 1859 fu sorpreso dai carabinieri nel tenimento della Nurra, mentre placidamente riposava le sue membra sotto una capanna.
La capanna non aveva che un'uscita: questa era occupata dai carabinieri; non v'era scampo pel bandito; la sua libertà, la sua vita, tutto era perduto, ma gli resta ancora la sua carabina. Egli l'impugna, e con l'arma alla mano, stendendo al suolo un vice brigadiere ed un carabiniere, si apre il varco alla campagna e spazia di nuovo per il campi.
Per tali delitti fu giudicato in contumacia e condannato a morte.
Conosciuta la condanna, egli diventò sempre più fiero della sua libertà, che cercò ad ogni costo di difendere; ma nell'anno 1880 finalmente fu arrestato, ed oggi è chiamato a rispondere dei suoi delitti innanzi la Corte d'Assise di Frosinone, cui fu rinviato alla Corte di cassazione di Roma Giovanni Tolu ha oggi 63 anni, è basso della persona, ma ha larghe spalle e largo il torace, ciò che rivela una forza erculea.
Di viso piuttosto bruno, ha lineamenti perfetti, lunghi capelli e brizzolati; veste il poetico costume degli isolani.

Testata del Corriere della Sera del 1897


Vignetta del Dalsani


LA STAMPA
Sabato 28 ottobre 1882
REATI E PENE
Giovanni Tolu, bandito sardo

Giovanni Tolu il celebre bandito sardo, venne assolto dalla Corte d'assise di Frosinone, ed ora quel vecchio quasi sessantenne, che passò trent'anni della sua vita perseguitato dalla pubblica forza, ritornerà pacifico borghese in Florinas, suo paesello, dove gli vogliono un bene dell'anima; sarà fatto consigliere, e chi sa, forse anche sindaco.
Vediamo se ne abbia i titoli, riandiamo la vita passata di quell'uomo leggendario, la di cui sorte, dopo l'arresto, interessò l'isola intiera, e venne assolto tra gli applausi d'una civile città del continente.

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Risaliamo a 32 anni addietro. Tolu era un povero giovine contadino di Florinas, paesello vicino a Sassari.
A 27 anni si invaghì di una bella contadina del paese, nipote della perpetua del sacerdote Giovanni Masala Pittui.
Il sor reverendo che s'aveva visto venir su in famiglia quella ragazza, e se l'aveva ingrassata col riso, vide di mal occhio che essa sul più bello si allontanasse che altri s'immischiasse nell'azienda del suo pollaio.
Perciò prese a malvolere e a perseguitare il Tolu, dicendone corna con la di lui sposa.
Il Tolu proibì alla sposa di recarsi in casa del reverendo perché sulla di lui relazione con la perpetua si dicevano delle cose poco edificanti; ed una tale proibizione inviperì sempre più prete Pittui, che per dispetto, strinse maggiormente d'assedio la giovane sposa.
Egli, quando il Tolu era in campagna, se la faceva venire in casa, e tanto fece, disse e promise, che la ragazza, adescata dalla prospettiva d'una vita agiata e dalla speranza d'ereditare definitivamente la carica di sua zia, un bel giorno non tornò più dal marito.

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Costui se ne addolorò profondamente e decise di vendicarsi di quel prete che, non contento di averlo disonorato, lo derideva quando lo vedeva, e lo minacciava della scomunica quando avesse tentato di ripigliarsi a forza la moglie.
Un giorno, nel dicembre del 1850, mentre il prete si recava a dir messa ad una chiesuola di campagna, fu dal Tolu assalito con una pistola sgangherata; ma volle il caso che quell'arme per ben cinque volte negasse fuoco. Fidente nella robustezza delle proprie braccia, ansioso di vendetta, Tolu si buttò addosso al reverendo e ci volle poco che lo strozzasse. Lo lasciò solo quando lo vide malconcio.

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Di fronte all'accusa di omicidio mancato di un prete, di fronte alla pena che l'attendeva, il povero giovine, che aveva la coscienza di essere dalla parte della ragione, non volle costituirsi in carcere.
Prese il fucile e si fece bandito.

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Incominciò allora per lui una vita raminga di battaglie accanite per la sua libertà, serbandosi onestissimo sempre, difendendo i deboli, perseguitando i ladri che infestavano le regioni dov'egli si trovava, simpatico ai buoni, temuto dai malviventi.
Potendo vendicarsi del prete, non lo fece, e quando vide che la moglie andava giù nella china del vizio non la stimò più degna né d'odio né d'amore e più non la curò.
Di lui i testimoni al dibattimento raccontarono aneddoti curiosissimi che spiegano come d'attorno a quel nome di contadino il popolo abbia potuto creare una leggenda.

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Nel 1852 e 1853 una banda di ladri infestava le campagne di Florinas, ed il Tolu, richiesto dagli onesti paesani, prestò l'opera sua vigorosa, e la disperse, esponendosi al rischio di essere ucciso da uno di essi che gli sparò una pistola a bruciapelo.
Nel 1854 Tolu abbandonò le campagne e si internò nella Nurra, vasta estensione tra Sassari, Alghero e il mare dove non si scorge che qualche casetta abitata da pastori.
Trovò quelle poche famiglie straziate da discordie, ed egli, valendosi delle simpatie che inspirava, fece sedare quelle ire, che duravano già da qualche generazione, e quei pastori, stretti in una nuova e sincera amicizia, vegliavano su lui, ed egli li compensava coi suoi servizi, inseguendo col suo rapidissimo cavallo il bestiame mezzo selvaggio che separava dalle mandrie, o riportando indietro legati i ladri che andassero a far preda sul bestiame che pascolava nelle vaste praterie della Nurra.

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Un giorno mentre da un'altura il Tolu osservava le circostanti campagne, vide ai piedi della collina due individui che all'abito gli parvero continentali.
Disceso, andò verso di loro e li trovò che piangevano. Erano due poveri piemontesi poco prima depredati di quanto avevano da una banda di malandrini, il cui capo, per intimidirli, si era passato per Giovanni Tolu:
- Siamo ancora in tempo a raggiungerli. Seguitemi, - disse il Tolu ai due derubati.
Dopo percorso un tratto di strada, videro infatti i ladri, che, seduto intorno ad un albero, spartivano il bottino. Tolu fece nascondere i due piemontesi, sparò una fucilata in aria e si pose a gridare:
- Ho ucciso un cinghiale, venite ad aiutarmi.
Quei ladri in tutta fretta accorsero, sicuri di guadagnarsi in quel modo la cena per la sera, ma Tolu, quando li ebbe ad alcuni passi di distanza, spianò il fucile contro il capo e gli disse:
- Io sono Tolu, e tu, ladro, miserabile, ti servi del mio nome per rubare.
Ecco rendere a due piemontesi quanto ad essi era stato rubato, non volle un soldo di compenso; fece un predicozzo ai ladri dicendo che lasciassero la vita disonesta e si allontanò.

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Disse un teste come in Osilo vivessero due potentissime famiglie nemiche: gli Stacca e gli Achena. Un degli Achena un giorno offerse L. 500 al Tolu perché uccidesse il capo della famiglia degli Stacca. Tolu non solo si rifiutò, ma tanto fece che ottenne una riconciliazione fra le due famiglie.
Individui delle due famiglie, deponendo a favore del Tolu, dicevano:
- Tolu è un Dio.

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Egli aveva un paio di buoi, - racconta un testimonio, - ed un malvivente glieli uccise.
Vi era un testimonio che aveva visto compiere il maleficio, e Tolu andò a pregarlo e gli disse:
“- Io darò querela, e tu farai da testimonio, e così con la legge potremo distruggere quel malvivente.”
- Io non visto niente, - rispose l'altro, - ed ho paura di quell'uomo. Distruggilo tu stesso col tuo fucile e farai servizio al paese.
- Ciò sarebbe vile assassinio, - replicò il Tolu; - il fucile mio è di legno.
Inutile sarebbe voler enumerare tutti gli aneddoti della di lui lealtà, della di lui generosità e bontà d'animo, che risultarono all'udienza. L'accusa non poté far risultare una sola azione disonesta (all'infuori delle sue difese accanite quando veniva assalito), che valesse a distruggere l'aura di simpatia che inspirò nel pubblico quella narrazione di una vita avventurosa, quella figura maestosa di vecchio sempre sorridente, tranquillo della sua coscienza.

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Dopo trent'anni di vita errabonda quel vecchio era già stanco di quella lotta implacabile e si arrese senza colpo ferire. Ecco come avvenne l'arresto.
Una di lui figlia aveva sposato un contadino della Nurra ed ivi spesso il vecchio bandito si risposava, ed i nipotini gli facevano festa.
Nella sera dal 21 al 22 settembre quattordici carabinieri furono posti in agguato presso il nascondiglio dove Tolu era solito ricoverarsi, non molto lontano dalla casa del genero.
I carabinieri appostati non lo scorsero, quantunque egli vi fosse, e rimasero tutta una notte li. All'indomani uscì dal nascondiglio e se ne andò nella casa del genero.
Alle undici il maresciallo dei carabinieri, con sette dei suoi, fece circuire la casa. Tolu scappò verso il nascondiglio, ivi trovò gli altri carabinieri e si arrese, cedendo il fucile che gli aveva fatto tanto buon uso per trent'anni, e dal quale aveva legato [?] di pelle per non avere in tentazione di porselo in ispalla.
Il nostro corrispondente di Cagliari disse la lunga via crucis che fu fatta fare al povero Tolu prima che sia stato mandato in giudizio. Si temeva che quei sardi che lo applaudivano dovunque passava, l'avrebbero assolto. Perciò fu mandato a dibattimento, due anni dopo l'arresto, alla Corte d'assise di Frosinone, ed ivi la giustizia fu fatta.
All'udienza il P.M. Chiese al Tolu:
- Come avete vissuto durante i trenta anni?
- Col lavoro indefesso, - egli rispose -
col procurarmi l'amicizia di tutti i buoni sardi, i quali mi sostenevano come aiuto efficace contro i cattivi.
Le imputazioni erano molte.
Alcune erano già prescritte e per altre i difensori sostennero la legittima difesa.
Fra questi vi era il prof. Gavino Scano, un portento d'arte oratoria, e suscitò nell'uditorio un vero fanatismo.

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- Avete altro ad aggiungere? - chiese il presidente a Tolu finite le difese.
Egli si levò e disse:
- Io non ho mai sparato prima. I carabinieri mi assalivano a fucilate, come se fossi stato una belva, perché sul mio capo pesava una taglia, ed io come una belva mi difendevo.
Il P. M. sostiene che la legge ordinava ai carabinieri di uccidere Tolu, ma Tolu sa che la legge di natura, superiore al Codice, ordina di difendersi da chi uccide ingiustamente.
I giurati gli diedero ragione e lo mandarono assolto fra gli applausi del pubblico.

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Tolu fu dai giornali chiamato l'ultimo bandito sardo. Se ciò sia vero ve lo dirò un'altra volta.


Vignetta del Dalsani


LA STAMPA
Sabato 25 novembre 1882
LETTERE SARDE
Tolu a Cagliari

Oggetto della generale curiosità è in questi giorni a Cagliari il noto Giovanni Tolu il bandito assolto dalle Assise di Frosinone.
Alle passeggiate, ai teatri è sempre attorniato da una folla di curiosi, avidi di mirarlo da vicino, conoscerlo o farsi narrare le vicende dell'avventurosa sua vita. È un bell'uomo, tarchiato, con lunga barba grigio-ferro, affabile e cortese oltre ogni dire. Un tipo simpaticissimo.

Vignetta del Dalsani



IL CORRIERE DELLA SERA
Venerdì 17 luglio 1896
Le cronache del malandrinaggio
Giovanni Tolu

In questi ultimi giorni è morto in Sardegna Giovanni Tolu, che passava come l'ultimo tipo vivente del bandito classico, generoso, cavalleresco.
Celebre in tutta la Sardegna, non era del tutto sconosciuto nemmeno in continente per un celebre processo tenutosi a Frosinone nel 1882, salvo errore, per suspicione, processo svoltosi pro forma, perché il famoso bandito si era costituito sotto l'egida della prescrizione, dopo aver tenuto la campagna per trentatre (sic) anni.
Quest'uomo viveva ultimamente tranquillo e pacifico, circondato dall'affetto dei suoi cari e di tutti i concittadini, non escluse le autorità che non disdegnavano ricorrere ai suoi lumi superiori, specie nei riguardi della pubblica sicurezza, sul quale argomento non gli si poteva negare una esperimentata competenza.
Giovanni Tolu abitava presso a Sassari una casa colonica del conte di San Pietro. Un giornalista andò a trovarlo recentemente con un amico, il quale così gli raccontava le gesta del celebre bandito.
La causa che lo spinse al bando fu, sia detto a sua lode, delle più nobili.
Offeso nell'onore dalla sua donna che lo tradiva col curato, egli tirò su quest'ultimo parecchie pistolettate mentre si recava a celebrare la messa; ma pare che il poco degno servo di Dio avesse... il diavolo dalla sua, perché i colpi non partirono.
Il Tolu però gli si fece addosso e se lo pose sotto i piedi, riducendolo a mal partito, ma senza ucciderlo.
Per non scontare una pena che egli sapeva di non meritare, si diede alla campagna.
Ma Giovanni Tolu non commise mai la menoma (sic) offesa alla proprietà altrui, gli bastava quello che la pietà e l'ospitalità dei contadini mettevano a sua disposizione.
E avrebbe certo finito col costituirsi e scontare la pena certo non grave, se non avesse avuto la disgrazia di imbattersi un brutto giorno in due carabinieri, che seppure lo cercavano, non lo avevano certo riconosciuto... e di creder necessaria la loro... soppressione.
Ma da quel giorno evitò sempre i conflitti colla pubblica forza; ed assalito, la sua tattica era di fuggire, evitando di sparare.
È vero altresì che un ugual pensiero dovettero avere i carabinieri, che un po' alla volta smisero di dargli noia, un po' per tema della sua carabina, un po' perché le autorità riconobbero che il Tolu era più utile che dannoso alla pubblica sicurezza.
E infatti, come il Tiburzi nel Viterbese, faceva da solo più che una legione di carabinieri; e i malandrini volgari non tardarono a sparire dal suo impero.
Ed impero fu veramente il suo, che arrivò fino al punto di amministrare la giustizia.
L'aureola che lo circondava era tale che egli era chiamato arbitro in tutte le questioni;
innumerevoli furono le famiglie che egli rappacificò, gli odi secolari estinti; e al suo tribunale inappellabile, le sue sentenze nessuno osò mai ribellarsi.
Senza tema di errare si può affermare che se la Nurra è oggi il paese più tranquillo della Sardegna, ciò è dovuto in massima parte a Giovanni Tolu.
Di lui si narrano alcuni aneddoti che meglio di ogni biografia mettono in vera luce il suo carattere.
Alcuni malandrini derubavano in suo nome una signora inglese.
Per puro caso egli si trovò ad incontrare la derubata subito dopo il fatto, che piangendo gli raccontò essere aggredita e spogliata dal Tolu.
Questi si fece indicare la direzione presa dai grassatori, e raggiuntili mentre si dividevano il bottino, intascò oltre 200 lire in oro dicendo ai ladri esterrefatti: - Io sono Giovanni Tolu, uccidetemi se ne avete coraggio. - E tornato dall'inglese le restituì il tesoro dicendole:
ricordatevi che Giovanni Tolu non ruba!

*
* *

Un pubblicista sardo così descriveva poco tempo fa una sua visita a Giovanni Tolu.
Arrivati alla casa del nostro eroe, col pretesto di bere un po' d'acqua, penetrammo in una stanza interna, ove un bell'uomo dalla folta barba brizzolata ci fece sedere, chiedendoci dove eravamo diretti.
Noi rispondemmo con una qualunque bugia; poi, come se gli fosse venuto alla mente in quel punto, l'amico mio disse:
- Abita da queste parti Giovanni Tolu?
- Giovanni Tolu è mio zio, e sta in questa casa.
E, voltosi ad una ragazzetta le disse: 
- Va a chiamare il vecchio, che c'è gente.
Poco dopo entrò un bel vecchione robusto, pingue, dal volto rubicondo e che una candida barba fa rassomigliare ad un pope russo.
Quello che colpisce nella sua fisonomia (sic) sono gli occhi cerulei, pieni di vita e di furberia, che spandono un'aria giovanile sul volto abbronzato, illuminandolo quasi di quella vernice – mi si passi il paragone – che fa credere usciti ieri dallo studio i capolavori pittorici del “Rinascimento.”
E compresi allora come quel vecchio atleta avesse potuto resistere a 33 anni di vita raminga, tra i disagi ed i pericoli, le ansie e le lotte di una belva inseguita.
A semplice titolo di curiosità vi riporto qualche brano della mia “intervista.”
- Come avete fatto a vivere per tanto tempo?
- Dove dormivate?
- Tutte le case erano mie; chiedevo, e tutti mi davano ospitalità e da mangiare.
- Non credete che lo facessero per paura?
- Paura di che ? Io non facevo male a nessuno: lo facevano per umanità.
- E se qualcuno si fosse rifiutato di darvi aiuto?
- È impossibile; il contadino sardo non nega mai a chi chiede per favore!
Ecco pensai, una delle cause principali per cui sarà difficile estirpare il brigantaggio in Sardegna; poi chiesi:
- Che!... io andavo sempre nelle case dei poveri; ed i carabinieri vanno dove c'è da mangiar bene! - Cosa ne pensate dei carabinieri? 
- Ve n'ha di buoni, e di cattivi; io ebbi la disgrazia di imbattermi coi cattivi; ed ho sparato!
- Quali sono per voi i cattivi carabinieri?
- Quelli che vanno a dar noia ai banditi onesti.
- Ce n'è banditi nei dintorni?
- Uno, e indicava una montagna vicina: Pietro Fiori, un bravo giovinotto che ha ucciso il suocero.
Per volgere il discorso a un argomento più interessante, gli chiesi quasi invitandolo a raccontarmi la sua storia:
- Se ne raccontano delle belle sul vostro conto...
Non l'avessi mai detto: avete mai visto la lumaca a toccarle un corno? Si fece scuro in viso, e con aria tra il burlesco ed il canzonatorio:
- Voi volete scrivere eh?... ne son venuti tanti, e ultimamente un francese ed un inglese... ma senza soldi l'orbo non canta; voi vi volete arricchire col mio sangue... e io moro di fame; a una sola persona ho raccontato tutto; e questa persona m'aiuta a patto che non dica nulla agli altri... però... se si mangia in due, allora è un altro affare, ed io vi faccio fare un bel romanzo!...
Invece di accettare la proposta di Giovanni Tolu, da vero idiota me ne tornai malinconicamente indietro, pensando a quel povero vecchio che un tempo era stato poco meno d'un eroe, e che ora come Belisario è caduto in tanta disgrazia.
Les Dieux s'on vont! - dissi al mio amico non meno avvilito di me; e voltandoci istintivamente prima di perder di vista la casa del Tolu, lo scorgemmo immobile che ci guardava con un cipiglio non troppo rassicurante.
E forse avrà pensato:
- Che imbecilli! Chi sa quanti chilometri hanno fatto per venirmi a trovare!
E io non esito a dargli tutte le ragioni del mondo.

Vignetta del Dalsani


LA STAMPA
Lunedì 26 luglio 1897
Nuove pubblicazioni
mandate alla Stampa

ENRICO COSTA: Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo, narrata da lui medesimo, preceduta da cenni storici sui banditi del Logudoro, con vignette di Dalsani, - Sassari, Premiato Stabilimento tipografico G. Dessì.
Volumi L. 3.
Quando si dice la forza del contagio! La moda delle autobiografie ha guadagnato perfino i banditi, ed ecco le memorie di Giovanni Tolu, raccolte con scrupolosa cura dal Costa e pubblicate in due volumi con eleganza di tipi e con illustrazioni dal Dessì, di Sassari. Noi non vogliamo punto negare che queste memorie siano interessanti sotto vari aspetti, né d'altra parte confondiamo il Tolu, bandito sardo, con Ninco Nunco ed altri consimili briganti: il bandito si dà per lo più alla macchia per spirito di vendetta, mentre il brigante non sogna che la rapina, e di rapina vive e di furti e di omicidii.
Tuttavia ci sembra che anche per un bandito, il quale, in fondo, non si raccomanda per gesta eroiche speciali, due volumi e seicento pagine siano di troppo, e che la curiosità pubblica – giacché qui non si tratta di studi scientifici – potrebbe avere un migliore e proficuo indirizzo.

Frontespizio del libro del Costa


Vignetta del Dalsani



IL CORRIERE DELLA SERA
Giovedì 16 settembre 1897
Psicologia criminale
Le confessioni di Giovanni Tolu

Verso gli ultimi di novembre dello scorso anno, rientrando nel suo studio a Sassari,
Enrico Costa vi trovò un vecchio, che da mezz'ora lo aspettava.
Richiesto del motivo della sua venuta, il vecchio rispose con una domanda:
- È vero che lei ha scritto la storia di Giovanni Tolu, il bandito? Avrei piacere di leggerla.
- Non ho mai scritto storie di banditi viventi. - Rispose Costa.
Il vecchio, senza punto scomporsi, ripigliò con sussiego:
- Se lei non l'ha scritta, è certo che ben presto la scriverà!
- E perché dovrò scriverla?
- Perché gliela dirò io, che sono Giovanni Tolu in persona.
La strana presentazione sorprese Costa non poco; tuttavia rispose:
- Non so davvero perché lei voglia narrarmi la sua storia, né perché io debba scriverla.
- Le dirò sinceramente – rispose il vecchio – che oramai sono stanco e infastidito delle fandonie che si vanno spacciando sul mio conto. Lungo la mia vita di bandito e d'uomo libero – per oltre quarant'anni – si dissero e si stamparono sui miei casi inesattezze tali, che mi preme rettificare. Non voglio colpe, né virtù che non mi spettano. Fui intervistato da un numero infinito di curiosi, italiani e stranieri, ma non volli finora aprire l'animo mio ad alcuno. Oggi solamente mi sono deciso a fare una confessione generale schietta, veridica, senz'ombra di vanità, né di secondi fini.
Esporrò lealmente i casi della mia vita, persuaso che il racconto delle mie avventure desterà nel pubblico una curiosità non infeconda di ammaestramenti; di ammaestramenti per tutti: per le famiglie, per i giudici, per i disgraziati miei pari, ed anche per il Governo, se vorrà trarne profitto.
A settantaquattro anni non si hanno più speranze, nè timori; ed è perciò che voglio presentarmi al pubblico intiero, quale realmente fui, spogliando la mia vita da tutti gli episodi fantastici e bugiardi, di cui vollero infiorarla il volgo ed anche i signori. Ecco perché voglio narrare la mia storia.
Dopo qualche esitazione, Enrico Costa accettò la strana proposta.
Giovanni Tolu si fermò a Sassari e gli dettò la sua lunga storia.
Seduti dinanzi al camino, caricando o scaricando la sua pipa, il vecchio bandito (ora in buon sardo ed ora in cattivo italiano) prese a narrargli i casi della sua vita, risalendo ai nonni; e filò sempre diritto, per venticinque giorni, con un ordine ed una chiarezza che Costa non si aspettava.
Circostanze minuziose, dialoghi, nomi di persone e di località, episodi d'ogni genere, tutto egli espose scrupolosamente, senza mai confondersi né contraddirsi.
- Io voglio narrare il bello ed il brutto – diceva ogni tanto. A lei buttar via ciò che crede inutile e insignificante.
Da questo strano racconto uscì una singolare autobiografia pubblicata in questi giorni in due volumi (Enrico Costa, Giovanni Tolu, storia di un bandito narrata da lui medesimo, Sassari, Giuseppe Dessì editore, 1897) che portano un buon contributo alla storia della delinquenza e un ricco materiale di studii (sic) per i cultori della psicologia criminale.

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Giovanni    Tolu    che,   come   i   lettori ricorderanno, è morto pochi mesi or sono, era un tipo caratteristico di bandito sardo.
Datosi  alla  campagna  dopo  aver tentato di assassinare un prete, che aveva ostacolato il suo matrimonio, diventato, cioè, bandito dopo una delle solite vendette, visse alla macchia per  ben trent'anni senza commettere furti né omicidii  per  mandato, ma uccidendo parecchi carabinieri    che    avevano    tentato   di catturarlo, e sopprimendo varie spie. Carezzato  da  deboli  e  da  prepotenti, per bisogno  o  per  paura,  era  diventato  così popolare,  che  si ricorreva spesso a lui per consiglio   e   s'era   arrivati   perfino  a nominarlo    sotto   capo   della   compagnia barracellare  del suo paese, Florinas, sicuri che  i  ladri  non avrebbero osato toccare le proprietà  messe  sotto  la  protezione di un bandito così temuto.
Quest'uomo così astuto che seppe sfuggire per tanti  anni  agli  agguati  dei suoi nemici e della    forza    pubblica,   era   viceversa superstizioso come una femminetta. 
Egli  credeva che quando il prete nella messa recita più di tre orazioni, compie una brutta azione,  cioè  fa  le  legature  a  danno  di qualcheduno. E     quando,     durante    gli impedimenti   che   il   prete   di  Florinas frapponeva al suo matrimonio, fu tormentato a certi dolori alle ossa, Giovanni Tolu si mise in testa che quei dolori erano conseguenza delle fattucchierie del prete stesso.
Il peggio si è che tali superstiziose credenze del volgo erano alimentate dall'ignoranza o dalla furberia di chi aveva il dovere di combatterle.
Così per togliersi di dosso la supposta malia, Tolu ricorre ad altri preti.
« Mi rivolsi, primo fra tutti al nostro vice parroco Giovanni Stara, un buon prete esemplare, molto povero. Egli si munì di stola, di aspersorio e di breviario, e cominciò gli esorcismi. Per tre volte ricorsi a lui, e devo dichiarare che fra i consultati fu il più efficace nella cura. I miei dolori non cessarono, ma diminuirono sensibilmente e mi diedero tregua per qualche settimana. »
Più tardi avendo saputo che nel villaggio di Ossi era un prete, certo Valerio Pes, assai potente negli scongiuri, montò a cavallo e andò a visitarlo. 
«Come il vice parroco Stara, egli mi fece mettere ginocchioni, mi lesse il breviario, mi asperse d'acqua santa, e mi raccomandò di ripetere la prova altre due volte. Dopo i tre esperimenti gli dissi che i miei dolori erano più intensi e che non avevo sentito alcun miglioramento. Allora il reverendo Pes mi confessò addirittura che egli si trovava in una condizione eccezionale. Anche lui era un fatturato, per legatura fattagli da un prete nemico, il cui potere era maggiore del suo. A ciò dovevo attribuire la vera causa dell'inefficacia degli esorcismi.»
Tolu ricorse allora al rettore di Dualchi che lo guarì (dice lui) facendogli inghiottire per quaranta giorni dei pezzetti d'ostia e dell'olio benedetto! 


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Ma c'è qualche cosa di più strano ancora. Prima di uccidere una spia, Tolu chiedeva consiglio alla Madonna ed ai santi.
Così quando decise di ammazzare un certo Salvatore Moro, racconta:
« Lungo il cammino io invocai colla mente la Beata Vergine perché mi illuminasse la coscienza, rivelandomi se il mio compagno meritasse la morte. In coscienza mi rispose di si, e fui tranquillo. Raccomandai pure l'anima mia al Signore, nel caso in cui fossi rimasto soccombente. Non ho mai trascurato simili pratiche religiose lungo il corso della mia vita. »
E dopo aver narrato come uccise il Moro con una fucilata nella testa, Tolu continua:
«Prima mia cura fu quella di ricaricare il mio fucile, appoggiando il calcio sul corpo del caduto: indi recitai un'Ave Maria e un Requiem per il trapassato.
Io ho sempre ucciso il corpo, non l'anima dei nemici; l'anima ce l'ha data Iddio, e Dio deve riprendersela; il corpo è della terra e alla terra deve ritornare. 
«Recitata la preghiera, afferrai per un braccio il cadavere, lo trascinai per breve tratto e lo lasciai cadere nello spacco di una roccia vicina.
« Dopo di che, coll'animo tranquillo, continuai tutto solo la mia strada. »
I suoi libri prediletti di lettura erano l'ufficio della Beata Vergine, i Reali di Francia e una piccola Bibbia del Diodati.
« Quantunque bandito, non ho mai tralasciato le mie pratiche religiose. Leggevo sempre l'ufficio della Beata Vergine; recitavo le orazioni del mattino e della sera; pregavo per i defunti e frequentavo la chiesa e la confessione.
« Il rettore Dettori, di Florinas, mi conduceva dentro la chiesa, facendomi passare per una scaletta segreta, che dalla sua casa vi comunicava. Mentre al di fuori i barracelli facevano la guardia, io, bandito, tutto solo col prete, servivo ed ascoltavo la messa allo stesso tempo, e mi confessavo una volta all'anno. » 


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Un'ultima citazione per finire.
Dopo aver ucciso, da solo, a coltellate, Francesco Rassu, la spia ch'egli più temeva, Tolu racconta: 
« Quando più tardi giunsi a conoscere la perizia giudiziaria sull'assassinio di Francesco Rassu, un sorriso di compassione mi venne sulle labbra. Il medico ed i periti avevano dichiarato che la vittima era stata assalita da quattro uomini, e che la prima ferita alla nuca era stata prodotta da un colpo di bastone. Fu parimenti dichiarato che Francesco era stato grassato dopo aver ricevuto oltre trenta ferite. Fidatevi ora delle perizie dell'autorità giudiziaria! »


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